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| La Corte | |
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CURIOSITÀ
La corte dei Canossa è l'unica corte signorile italiana dell'XI-XII secolo che, grazie al poema di Donizone, ci viene presentata nella sua ostentazione di ricchezza e di magnificenza esasperata fino allo spreco ai tempi del marchese Bonifacio.
Quando Bonifacio va in Lorena a chiedere in sposa Beatrice, portando doni di ogni genere, fa ricoprire d'argento la ferratura dei suoi cavalli senza ribattere i chiodi.
In questo modo i cavalli corrono, l'argento salta via e la gente lo raccoglie a testimonianza della sua ricchezza.
Quando egli torna con la sposa e la conduce nella corte di Marengo sono indetti banchetti per tre mesi.
Le spezie non vengono pestate nei mortai ma macinate nei mulini ad acqua.
Il vino viene attinto da pozzi con secchie d'argento, sulle mense splende vasellame d'argento e d'oro e l'aria risuona di soavissime musiche e attori lautamente pagati danno spettacolo.
L'imperatore Enrico II manifesta il desiderio di assaggiare l'aceto che si produce a Canossa forse antenato dell'aceto balsamico modenese tuttora famoso.
Bonifacio fa fare una botticella d'argento, un carro e due buoi aggiogati dello stesso metallo e, caricato il tutto su un vero carro tirato da buoi, li manda in dono all'imperatore.
Le manifestazioni di ricchezza e di magnificenza devono essere più contenute ai tempi dell'austera Matilde, impegnata a sostenere anche finanziariamente la causa della riforma gregoriana.
Anche la contessa conosce la validità politica di certe manifestazioni esteriori e sa valersene, tanto che Donizone la definisce splendifera e racconta che alla sua corte ci sono sempre vivande e doni per tutti.
Nelle miniature che adornano il libro che Donizone intendeva offrire a Matilde, sicuramente composte sotto il controllo della stessa, la contessa è seduta in trono avvolta in ricche vesti ornate di ricami d'oro.
Quando Matilde va a cavallo porta sempre speroni d'oro che è pronta a donare per costruire una chiesa.
All'ospitalità generosamente concessa a papi e imperatori, alla larghezza nel fare doni ai grandi personaggi come voleva l'uso dei tempi, la contessa accompagna la generosità nei confronti di chiese e monasteri che esorta ad assistere poveri, infermi e pellegrini.
Giunta alla fine della sua lunga vita essa affranca i suoi innumerevoli servi.
Matilde è una donna colta.
Non sappiamo se ami la musica come suo padre, il marchese Bonifacio, che mantiene una cappella musicale di cui nessun vescovo aveva l'uguale, o come lo zio Tedaldo vescovo di Arezzo, protettore del monaco Guido di Pomposa, inventore della nuova notazione musicale.
Si sa per certo che sa leggere e scrivere, che detta personalmente le sue lettere e che parla correntemente francese e tedesco.
Matilde possiede una biblioteca ben fornita di buoni libri di argomenti diversi non pochi dei quali ornati di miniature e ama donarli ai monasteri che più le erano cari.
Molti uomini dotti le dedicano le loro opere e qualcuno scrisse, accogliendo la sua richiesta, commenti dei Salmi, del Cantico dei cantici e dei passi evangelici che parlano di Maria e della vita e miracoli di Sant'Anselmo di Lucca.
Altri le scrivono lettere di elevato contenuto spirituale.
Matilde ha anche responsabilità di governo e sa scegliere i suoi collaboratori: fra i giudici di cui si serve ci sono non pochi doctores legum e in mezzo a loro compare anche Irneria.
Secondo una tradizione ampiamente discussa e criticata dagli storici moderni sarebbe stato appunto su richiesta di Matilde che Irneria avrebbe intrapreso lo studio sistematico del diritto romano, dando così l'avvio all'Università di Bologna.
Sembra che gli antichi abitanti di Quattro Castella abbiano preso parte attiva agli avvenimenti storici di cui fu protagonista la grande Contessa, sia partecipando direttamente ai fatti d'arme, che contribuendo col loro lavoro alla grandezza ed alla potenza della sovrana.
Un'ultima nota su questa donna straordinaria è suggerita dalla constatazione che, pur essendoci intorno a lei del personale femminile, tutta la sua attenzione è rivolta a monasteri maschili.
Sembra che Matilde condividesse quel misoginismo che pervade tanta letteratura medievale e che cede soltanto davanti alle eroiche, virili virtù di Matilde stessa.
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